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I chip che fanno volare la guerra: cosa c’è nei droni contemporanei

A cura di Alessandro Paccagnella

I vari conflitti che tragicamente stanno insanguinando varie regioni del mondo vedono riaffacciarsi prepotentemente sui diversi fronti bellici la dottrina del generale italiano Giulio Douhet sulla guerra aerea e sul dominio dell’aria, apparsa in un testo omonimo che godette di grande attenzione nel periodo fra le due guerre mondiali. All’epoca, più di un secolo fa, Douhet esplorava le capacità belliche dell’aeroplano, recentissima invenzione dell’inizio del XX secolo, indicandolo come strumento essenziale per la conduzione delle operazioni belliche, se non come carta vincente tout court nelle guerre moderne.

Al giorno d’oggi quella visione è stata attualizzata con l’utilizzo di strumenti assai più micidiali dei biplani in tela del 1920, ossia droni e missili delle cui azioni belliche leggiamo a cadenza giornaliera. La possibilità di portare l’offensiva in territorio nemico, distante magari migliaia di km dal paese attaccante, si basa al giorno d’oggi sull’utilizzo di velivoli relativamente semplici e, nel caso di droni kamikaze, poco costosi e realizzabili in serie utilizzando componenti facilmente reperibili sul mercato internazionale anche da parte di paesi, come Russia e Iran, per i quali sono in vigore da anni misure restrittive alle importazioni da paesi occidentali. D’altra parte i sistemi di guida dei droni, dovendo assolvere a funzioni di pilotaggio e puntamento del bersaglio in modo autonomo, devono necessariamente fare uso di componentistica elettronica e di circuiti integrati (microcontrollori, memorie, dispositivi logici programmabili, sensori, convertitori, ecc) che quei paesi, come molti altri, non sono in grado di produrre. La filiera di produzione dei chip a semiconduttore è infatti assente nella repubblica islamica e langue in uno stato di endemica arretratezza tecnologica nel paese del Presidente Putin, malgrado i suoi ripetuti sforzi per innovarla e ridurre le distanze dalle tecnologie microelettroniche occidentali, peraltro crescenti nel tempo.

Malgrado le sanzioni occidentali imposte sin all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, componenti elettronici di origine occidentale e cinese erano stati regolarmente identificati in droni russi Geran, derivanti dai modelli iraniani Shahed. Si trattava di componenti di uso comune in ambito civile e facilmente adattabili all’uso bellico, il cosiddetto uso duale (dual use), per i quali non vigono particolari restrizioni all’export e non sono imposti certificati di uso finale (end-user). Tramite triangolazioni con agenzie e imprese presenti in paesi terzi, spesso asiatici – incluso qualcuno colpito recentemente dagli Shahed – frazionando le spedizioni in piccoli lotti verso diverse aziende, è stato possibile quindi portare svariati componenti elettronici anche in paesi ora belligeranti sottoposti a sanzioni, quali Iran e Russia. Si tratta di numeri non enormi, ma adeguati a sostenere una produzione di massa di armamenti, che nel caso specifico di droni militari arriva a migliaia di velivoli al mese.

Suonano quindi attuali, ma di difficile implementazione pratica, gli appelli rivolti da istituzioni ucraine che vedono nella chiusura dei canali di approvigionamento dei chip uno strumento importante per ridurre il potenziale offensivo russo. Storia analoga si ripete per i droni iraniani, che – tragica ironia della sorte – sono stati utilizzati contro forze statunitensi: come affermava già nel 2023 Damien Spleeters, deputy director of operations del gruppo indipendente di ricerca Conflict Armament Research (CAR) in una sua dichiarazione alla statunitense CNBC: “Per quanto riguarda i sistemi russi, credo che poco più del 50% dei componenti porti il ​​marchio di aziende statunitensi. Per i sistemi iraniani, la percentuale supera l’80%”. La realtà dell’uso duale dei chip è un dato di fatto bene inserito nella catena globale di approvigionamento dei semiconduttori, dove il ritorno economico si impone al di sopra di bandiere o schieramenti, amici o nemici.