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Laura Galvani

Vantaggi e insidie nell’uso dell’IA nella ricerca scientifica 

Oggi si parla sempre più spesso di “AI Graduate Student”: sistemi di intelligenza artificiale con competenze paragonabili a quelle di un ricercatore o di uno studente di dottorato, non solo per scrivere testi o codice, ma per sviluppare idee e svolgere ricerca teorica.  Su questo tema si è cimentato il professor Morten Gram Pedersen, che ha sperimentato diversi sistemi di IA per verificarne le capacità nell’intera attività, dalla formulazione del problema di ricerca, allo sviluppo della teoria, fino alla stesura di un articolo scientifico. L’obiettivo era riprendere un progetto di ricerca abbozzato anni prima, incentrato sull’inibizione reciproca tra neuroni e sull’applicazione di modelli matematici complessi. L’esperienza iniziale ha ricordato quella di un tesista alle prime armi: l’IA non era in grado di formulare il problema in modo sensato e, una volta formulato il modello da studiare, proponeva soluzioni e analisi apparentemente complete, che a un esame più attento  rivelavano passaggi affrettati o errori grossolani. Il professore ha testato diversi sistemi, Gemini Pro, l’IA cinese Kimi   («particolarmente efficace nei calcoli») e Claude Pro, facendoli “dialogare” tra loro: passava a un sistema il lavoro di ricerca prodotto dall’altro, affinando progressivamente i risultati. L’osservazione principale è che le Intelligenze Artificiali faticano a impostare correttamente un problema complesso. Si comportano come uno studente appena uscito dai corsi, convinto che tutto sia semplice. Tuttavia, quando ricevono istruzioni precise, sanno sorprendere nella fase di esplorazione scientifica: propongono equazioni appropriate e riscrivono i sistemi nella forma richiesta. Il paradosso è che poi sbagliano calcoli banali, costringendo a verifiche continue, – «Sei sicuro? Mi sembra manchi un segno meno…» –  e talvolta a ricominciare da capo. In queste fasi di supervisione dell’IA, l’esperienza e l’intuizione erano cruciali, proprio come lo sono nella supervisione di un dottorando. Un altro limite è la tendenza all’autoconferma: quando l’IA imbocca una strada sbagliata nell’analisi, fatica a correggersi, rendendo utile il passaggio a un sistema diverso. Il professor Pedersen ha salvato oltre quaranta versioni del lavoro, tornando spesso a bozze precedenti. In particolare, Gemini tendeva a inventare citazioni inesistenti, mentre Claude risultava più preciso, pur con qualche svista. Nonostante questi limiti, il vantaggio in termini di tempo sulla ricerca è notevole. Un compito che richiederebbe settimane a un tesista o a un dottorando al primo anno, come studiare un metodo scientifico e capire come applicarlo, con l’IA si risolve in pochi minuti. L’intero articolo, poi pubblicato come preprint e attualmente in revisione a una rivista scientifica, è stato completato in circa due settimane di lavoro effettivo. La conclusione del professor Pedersen è chiara: l’IA oggi è un potente motore di ricerca, scava nei dati, connette paper scientifici tra loro e accelera le fasi di scoperta, come un bravo studente magistrale, forse un dottorando al primo anno. Con un problema ben definito, permette di lavorare molto velocemente. Tuttavia, questa efficienza nasconde un’insidia sistemica molto pericolosa. Il rischio è che “il sistema”, in particolare i decisori politici attratti da un immediato risparmio economico nella convinzione che l’algoritmo possa sostituire il capitale umano, non investi più nei dottorandi. Niente di più falso. «Servono studenti e dottorandi che imparino i metodi e le teorie “sporcandosi le mani” sul campo, con i calcoli, i ragionamenti e il lavoro quotidiano in laboratorio», afferma il professor Pedersen. «Se questa formazione viene a mancare, stiamo ipotecando il nostro futuro: quando i professori meno giovani andranno in pensione, chi guiderà la ricerca? Senza una solida conoscenza teorica ed empirica di base, mancheranno le persone capaci di controllare criticamente il lavoro dell’IA» conclude il professor Pedersen.   Il grande rischio, dunque, non è l’IA in sé, ma la cieca illusione che basti porre una domanda per ottenere la risposta giusta. Approfondimenti La Commissione e la comunità della ricerca elaborano orientamenti sull’uso responsabile dell’intelligenza artificiale generativa nella ricerca, Comunicato Stampa, 20 Marzo 2024 (con link a diversi approfondimenti). Why I may ‘hire’ AI instead of a graduate student, March 12, 2026 Vibe physics: The AI grad student, March 23, 2026 Il preprint dell’articolo del professor Pedersen 

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Premio “Outstanding Associate Editor” per Alberto Pretto a ICRA 2026

Alberto Pretto, professore associato al DEI, è stato insignito dell’”Outstanding Associate Editor Award” in occasione di ICRA 2026  (IEEE International Conference on Robotics and Automation), svoltasi dall’1 al 5 giugno a Vienna (Austria). ICRA è la conferenza di riferimento e la più prestigiosa a livello internazionale nel campo della robotica e dell’automazione.Il comitato editoriale di questa edizione ha gestito una mole di lavoro straordinaria, valutando oltre 5 mila paper e coordinando più di 13 mila revisioni, grazie al contributo di oltre 8400 esperti. In questo rigoroso processo di selezione, che ha visto il coinvolgimento di 694 Associate Editor (AE), solo cinque sono stati premiati con l’”Outstanding AE Award” per l’eccezionale qualità del lavoro svolto.

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[ING.tonic] 2026: gli appuntamenti con la ricerca…per l’aperitivo!

Torna anche nel 2026 l’iniziativa [ING.tonic]: quattro aperitivi con i ricercatori e le ricercatrici del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione. Quattro nuovi approfondimenti nati per fare chiarezza sulle tecnologie ingegneristiche più recenti e sul loro impatto concreto nella nostra vita quotidiana. La modalità? Sempre quella in cui si chiacchiera meglio: al bar per un drink. Come funziona? L’ingresso è gratuito!  Per questioni organizzative è richiesta la registrazione su Eventbrite (link nell’elenco qui sotto) GLI APPUNTAMENTI:

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[ING.tonic] 18 giugno. Anonimi ma identificabili: quando la matematica salva la nostra privacy

Il 18 giugno 2026 riparte la rassegna di Terza Missione [ING.tonic] – il ciclo di aperitivi con i ricercatori del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Padova, per fare quattro chiacchiere al bar su argomenti di cui “ci piacerebbe sapere di più” e per scoprire come l’ingegneria non è poi così distante da noi. Anche quest’anno gli appuntamenti “fuori sede” saranno quattro. Il primo appuntamento si terrà il 18 giugno dalle ore 19:30 e avrà il seguente titolo: Anonimi ma identificabili: quando la matematica salva la nostra privacy. Com’è possibile proteggere i nostri dati e la nostra identità, in un’epoca in cui le nostre informazioni personali viaggiano su canali digitali? Ne parleremo durante un aperitivo con Francesco Silvestri, professore di Big Data Computing e Architettura degli Elaboratori al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Padova. Attraverso esempi reali e sorprendenti scopriremo come dati apparentemente innocui possano rivelare identità, abitudini e informazioni personali. Dai tragitti dei taxi di New York ai dati medici “anonimizzati”, capiremo perché cancellare nome e cognome spesso non basti a proteggerci. Esiste, tuttavia, una soluzione: la Differential Privacy, una tecnica innovativa che usa un “rumore intelligente” per tutelare la privacy senza rinunciare al valore dei dati. Un incontro accessibile, curioso e senza formule complicate, pensato per chi vuole capire meglio il mondo digitale che ci circonda. Questo primo appuntamento si svolgerà ad Arcella Bella. COME PARTECIPARE:L’evento è gratuito, per questioni organizzative si richiede la prenotazione su Eventbrite, a questo link.

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Piccolo recap dell'[ING.Tonic] 2025… per prepararci meglio all’edizione 2026!

Dopo il successo delle due precedenti edizioni, del 2024 e del 2025, sta per partire la  rassegna [ING.Tonic] 2026  Com’è andata l’anno scorso?I quattro appuntamenti [ING.Tonic] del 2025 hanno animato i locali della nostra città portando la ricerca del nostro dipartimento al bar, all’ora dell’aperitivo. Anche l’anno scorso, tra un brindisi e un talk con l’ormai iconico bicchiere dell’evento, abbiamo esplorato i confini della tecnologia insieme a docenti e ricercatori, affrontando temi che spaziano dall’infinitamente piccolo delle particelle quantistiche alla vastità dell’intelligenza artificiale. Nel 2025 la rassegna si è aperta il 12 settembre presso la casetta Zebrina, celebrando il centenario della meccanica quantistica con i professori Paolo Villoresi e Giuseppe Vallone. Con il loro talk intitolato “Una sicurezza fotonica! Come la luce quantistica proteggerà le nostre comunicazioni”, abbiamo scoperto che la meccanica quantistica segue regole bizzarre, come la “sovrapposizione”, per cui un sistema fisico (come un elettrone o un fotone) può esistere contemporaneamente in più stati o posizioni diverse fino a quando non viene misurato. Grazie all’esperimento del QRNG (generatore di numeri casuali quantistici), abbiamo visto come un singolo fotone possa creare chiavi crittografiche inviolabili. La fisica, e non più solo la matematica, diventa così lo scudo definitivo per le nostre comunicazioni, come dimostrato dalla rete VenQCI già attiva nel nostro territorio. Nel secondo incontro, il 26 settembre presso il Birrone, i professori Ruggero Carli e Pietro Falco ci hanno portato al confine tra macchine e coscienza, con il loro talk intitolato “I robot sognano? Possiamo davvero creare la coscienza artificiale?”Abbiamo imparato la differenza fondamentale tra il “corpo” (robot) e il “cervello” (IA), approfondendo come le reti neurali emulino i nostri neuroni. Il momento più affascinante? La riflessione sulla “Stanza Cinese”: un robot può manipolare simboli e parole perfettamente, ma non può ancora “sentire” il freddo o provare emozioni. La sfida del futuro, dunque, non è solo costruire macchine intelligenti, ma restare umani e saggi nel governarle. ING_tonic – 2 ottobre 2025 – Dalla Man Del Favero-50 ING_tonic – 26 settembre 2025 – Carli Falco-029 ing.tonic_milani_29ott-03 ING_tonic – 26 settembre 2025 – Carli Falco-047 ING_tonic – 2 ottobre 2025 – Dalla Man Del Favero-07 ing.tonic_milani_29ott-36 ing.tonic_milani_29ott-44 ing.tonic_milani_29ott-05 ing.tonic_milani_29ott-46 ing.tonic_milani_29ott-02 Il terzo appuntamento del 2 ottobre, sempre al Birrone, è stato un viaggio emozionante nella bioingegneria con la professoressa Chiara Dalla Man e il professor Simone Del Favero. Al centro del loro talk intitolato “Il diabete sotto scacco. Nuove tecnologie per la cura e il controllo del diabete”, la rivoluzione del pancreas artificiale: un sistema che, grazie ad algoritmi avanzati che agiscono come “giocatori di scacchi”, predice le variazioni della glicemia e interviene in tempo reale. Abbiamo scoperto con orgoglio che il primo simulatore al mondo usato per evitare i test sugli animali è nato proprio a Padova e che l’obiettivo finale della tecnologia è regalare ai pazienti una vera e propria “vacanza dal diabete”, automatizzando la gestione della malattia. Per l’ultimo incontro, il 29 ottobre presso l’Amsterdam, ci siamo immersi nella creatività digitale con il prof. Simone Milani e i dottorandi Chiara Schiavo e Mattia Tamiazzo. Il loro talk “IA Art attack: contenuti leciti e illeciti dell’Intelligenza Artificiale generativa” ci ha aiutato a capire come l’IA generativa stia cambiando il mondo dell’arte e del marketing. Usando l’analogia dei mattoncini Lego, i ricercatori hanno spiegato che l’IA non crea dal nulla, ma riassembla concetti astratti attraverso algoritmi complessi. Dalla ricostruzione dei volti per le indagini forensi ai deepfake, abbiamo analizzato opportunità e rischi (incluso l’impatto ambientale), concludendo che sebbene la produzione delle macchine sia ormai “industriale”, la scintilla della creatività umana rimane un’opera artigianale unica, fatta di esperienze ed emozioni vere. Grazie al dialogo diretto con gli esperti, abbiamo capito che termini come “qubit”, “algoritmo” o “modello matematico” non sono concetti astrusi, ma strumenti concreti che stanno già migliorando la nostra salute, la nostra sicurezza e il nostro modo di creare. Stiamo lavorando agli appuntamenti del 2026. Keep in touch! P.S: Ti sei perso un [ING.Tonic] dello scorso anno o vuoi rivedere tutti i talk? Ecco il link alla playlist completa!   https://youtu.be/iILwDs1oDBU?si=8i9_0SCZW-O4mQgxhttps://youtu.be/vZ2GRu87Izw?si=TOL5SyihgNnTwgBwhttps://youtu.be/sd96Y4ICu2M?si=sWQL2snSC3v0bJRuhttps://youtu.be/VTuj6B_ebMc?si=1o97lLO5N8_mI-jY

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Terzo premio “Best Conference Presentation by a Young Researcher”  

Leonardo Martin, dottorando del gruppo “Electronic Measurement” dei DEI, ha vinto il terzo premio nella categoria “Best Conference Presentation by a Young Researcher” al convegno IEEE MeAVeAS 2026 (Padova, 28-30 aprile, 2026), insieme ai co-autori Giacomo Peruzzi, Matteo Bertocco, Nicola Trivellin e Alessandro Pozzebon, con il lavoro “An Integrated Non-Lethal Deterrence Solution Approach to Mitigate Wolf-Livestock Conflicts”.

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Quando la ricerca tra algoritmi e arte diventa impresa: lo spin off Audio Innova

Dalle avanguardie della Computer Music ai sistemi per l’inclusione sociale, lo spin off del DEI Audio Innova rappresenta un’eccellenza nel trasferimento tecnologico. Abbiamo incontrato il professor Sergio Canazza, Ordinario al DEI e socio fondatore dello spin off, per capire come la ricerca accademica possa trasformarsi in un impatto sulla società. Prof. Canazza, Audio Innova nasce nel 2013. Come si passa da un laboratorio universitario al mercato? C’è stato un momento particolare di svolta? «Audio Innova capitalizza le ricerche iniziate negli anni Cinquanta dal prof. Giovanni Battista Debiasi e la nascita della ricerca multidisciplinare tra ingegneria e musica a Padova. La vera svolta è arrivata però tra il 2010 e il 2012. Vincere il primo premio dello Start-Cup Veneto nel 2010 e classificarci terzi nel 2012 ci ha dato la consapevolezza che gli algoritmi di restauro audio ottenuti dal nostro Centro di Sonologia Computazionale (CSC) non erano solo esperimenti riusciti, ma soluzioni a bisogni reali del mercato. Nel 2013 abbiamo capito che per dare un impatto sociale ed economico a quella ricerca e rispondere velocemente al mercato serviva un veicolo agile. Dovevamo essere snelli a livello amministrativo, ma anche poter seguire progetti con risvolti applicativi e non strettamente relativi alla ricerca di base, che ci venivano commissionati da istituzioni culturali per la conservazione di archivi sonori o per la creazione di nuove opere. Così è nata Audio Innova. Il CSC in pratica ci ha fatto da incubatore». In un settore competitivo come quello delle tecnologie audio, in che modo Audio Innova si distingue da ciò che esiste già? «La nostra unicità risiede nella multidisciplinarietà e nell’integrazione dell’Intelligenza Artificiale con il rigore filologico. La nostra tecnologia, premiata per due anni consecutivi al Festival di Cannes per l’Intelligenza Artificiale con il Neurons Awards Creativity AI Trophy, utilizza l’IA per correggere automaticamente gli errori di digitalizzazione. Inoltre, a differenza di altri, operiamo su quattro fronti integrati: la conservazione dei beni culturali (dove copriamo il 90% del mercato italiano), la didattica aumentata con sistemi come BoardOnAir, l’inclusione per la disabilità e la produzione artistica nei campi della musica e della media-art». Quanto è importante mantenere un legame stretto con il Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione (DEI)? In che modo questa collaborazione continua ad alimentare l’innovazione? «È fondamentale. Credo con orgoglio che Audio Innova sia l’emblema del trasferimento tecnologico del DEI. Il legame è simbiotico: il dipartimento fornisce la ricerca di base e l’accesso a network internazionali prestigiosi, mentre Audio Innova trasforma quella ricerca in soluzioni scalabili.Lo spin off è cresciuto negli anni: ci sono 6 persone a tempo indeterminato, abbiamo acquistato un grande spazio in zona industriale e abbiamo in corso contratti di una certa importanza. Io seguo quello che è più vicino al DEI per il 95% del mio tempo, ma, come altri del team, rimango un accademico, anche se abbiamo imparato molto strada facendo. Per questo abbiamo coinvolto sin da subito un libero professionista con lunga esperienza nell’ICT che, come socio, fa le scelte da imprenditore.Tra il 2020 e il 2024 abbiamo accolto oltre 50 tesisti e 19 stagisti, formando nuove generazioni di professionisti. Molti dei nostri collaboratori, dopo l’esperienza da noi, sono stati assunti da giganti come l’Agenzia Spaziale Europea, Toyota o il settore tecnico della RAI di Roma e inseriti in ruoli apicali. Questa circolazione di talenti e idee tra università e impresa è indispensabile per la nostra attività.» Quali sono state le sfide principali nel passare dal ruolo di ricercatore a quello di imprenditore? Che consiglio si potrebbe dare a uno studente del DEI che sogna una startup? Il passaggio da ricercatore a imprenditore richiede prima di tutto una motivazione profonda e una consapevolezza nuova: non si risponde più solo al metodo scientifico, ma si assume una responsabilità diretta verso i propri collaboratori. È una scelta che va ponderata con cura. A uno studente del DEI consiglierei di non affidarsi solo all’intuito: l’imprenditorialità è una disciplina che va studiata. Il mio suggerimento è di frequentare, dopo la laurea, corsi specifici dell’Università di Padova che insegnano a trasformare un’idea tecnologica in un progetto di business solido». Quali sono i prossimi obiettivi? Come sarà Audio Innova tra cinque anni? «L’8 maggio saremo all’inaugurazione della 61ª Biennale d’Arte di Venezia: il CSC sarà l’unico partecipante italiano tra i 111 selezionati, protagonista di un’installazione di media-art “site-specific” pazzesca al Padiglione Argentina dell’Arsenale. Il 4 maggio siamo stati a Milano Musica con due opere di Adriano Guarnieri.Guardando ai prossimi 5-10 anni, la sfida è chiara. Con Audio Innova abbiamo dimostrato che la cultura è un’industria ad alto rendimento, capace di produrre valore. Nonostante l’avvento dell’intelligenza artificiale e un mercato della creazione in mutamento, con giovani artisti dai linguaggi più “essenziali”, dobbiamo restare reattivi.Il nostro obiettivo è continuare a fare innovazione sfruttando i nuovi archivi, sempre più “multitipologici”, forti di una riconoscibilità mondiale già sancita dai successi di Cannes». C’è un episodio curioso o un traguardo raggiunto di cui andare particolarmente fieri nel vostro percorso? «Contrariamente a quanto si possa pensare, il mondo degli archivi analogici è in continua espansione. Emergono costantemente nuovi fondi, spesso ritrovati per caso in armadi dimenticati da chi nemmeno sospettava di possedere un tesoro documentario. Fino agli anni 2000, tuttavia, la concezione di “archivio” era limitata quasi esclusivamente alla carta; i supporti sonori non venivano considerati tali. Oggi, grazie a una nuova sensibilità, stiamo riscoprendo nastri magnetici che custodiscono opere uniche: esecuzioni di Arturo Benedetti Michelangeli, composizioni di Luigi Nono, dialoghi tra Rota e Federico Fellini, o frammenti di vita quotidiana tra Bruno Maderna, Luciano Berio e Marino Zuccheri. Si tratta di materiale che sulla carta non lascerebbe traccia, ma che ora l’archivista tutela con rigore. Anche il musicologo ha evoluto il suo approccio: se un tempo si limitava allo studio della partitura, oggi analizza l’interpretazione e l’esecuzione proprio grazie a questi archivi sonori. Il recupero di questi materiali richiede un eccezionale intreccio di saperi, dove il lavoro degli ingegneri diventa fondamentale. Anni fa sono stati rinvenuti dei supporti rarissimi appartenuti a Egidio Meneghetti (medico, farmacologo di fama mondiale, politico e…

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Laurea Magistrale ad honorem in Electronic Engineering a Umesh Kumar Mishra

Immaginate un transistor capace di gestire enormi quantità di energia disperdendone pochissima, un componente così efficiente da poter trasformare il modo in cui funzionano le reti 5G, i radar e i data center che alimentano internet. È questa la visione che ha guidato la carriera di Umesh Kumar Mishra e il 5 maggio scorso l’Università di Padova gli ha reso omaggio con uno dei riconoscimenti più prestigiosi che un ateneo possa conferire: la laurea magistrale ad honorem in Electronic Engineering. La proposta è arrivata dal Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione (DEI) con cui Mishra collabora da anni, approvata dal Senato Accademico già nel luglio 2025 e autorizzata dal Ministero dell’Università e della Ricerca. La cerimonia si è tenuta nell’Aula Magna di Palazzo del Bo, dove la rettrice Daniela Mapelli ha consegnato il diploma al professore e preside del College of Engineering dell’Università della California, Santa Barbara. Durante la cerimonia, il direttore del DEI Gaudenzio Meneghesso ha illustrato le motivazioni scientifiche e tecnologiche alla base del conferimento, sottolineando il valore eccezionale sia tecnico sia economico-sociale delle ricerche di Mishra. A chiusura dell’evento, il coro dell’Ateneo Concentus Musicus Patavinus ha cantato il Gaudeamus Igitur e i goliardi hanno consegnato al laureato la corona d’alloro, la feluca e un omaggio scherzoso, ovvero un capellino fatto con la stagnola, ”a protezione di tutti i G, dal 5G al 9G”. Ma cosa rende il lavoro di questo scienziato così rilevante? Tutto ruota attorno a un materiale chiamato nitruro di gallio o GaN, come ha spiegato nella sua lectio magistralis, in lingua inglese, lo stesso Mishra. Rispetto al silicio tradizionale, il semiconduttore che troviamo in quasi tutti i chip, il nitruro di gallio sopporta temperature più elevate, lavora a frequenze maggiori e spreca molta meno energia. Mishra è considerato uno dei padri dei transistor a eterogiunzione, un ricercatore che più di ogni altro ha saputo sfruttare le proprietà del GaN, sviluppando transistor innovativi che oggi vengono utilizzati nei sistemi di telecomunicazione di nuova generazione e nella conversione dell’energia. In un’epoca in cui i data center consumano quantità crescenti di elettricità, il suo lavoro si traduce in risparmio energetico concreto e in un contributo reale alla sostenibilità ambientale. Nel suo discorso, Mishra non si è limitato agli aspetti tecnici, ma ha rivolto un appello ai giovani ricercatori, sottolineando come l’ingegneria debba essere al servizio della società per risolvere la crisi climatica. La “rivoluzione del GaN” è uno degli esempi di come la scienza di base possa tradursi in soluzioni industriali capaci di abbattere drasticamente le emissioni di CO2 su scala planetaria. Questa laurea Honoris Causa celebra non solo un grande scienziato nel campo dell’elettronica, autore di ricerche dal valore economico-sociale e tecnico-scientifico eccezionalmente elevato, ma consolida il legame tra il nostro Ateneo e la ricerca scientifica d’eccellenza a livello globale. Grazie a una lunga storia di studi sui semiconduttori composti, la nostra Università si conferma un punto di riferimento internazionale; in questo contesto, la sinergia tra il DEI e le realtà di Mishra ha alimentato negli anni uno scambio costante di competenze, favorendo una crescita reciproca che posiziona il nostro Ateneo al centro del dibattito sulla transizione energetica. Approfondimenti Il video della cerimonia su YouTube. Lauree ad honorem Unipd Laurea Mishra – 5_5_26-103 Laurea Mishra – 5_5_26-109 Laurea Mishra – 5_5_26-146 Laurea Mishra – 5_5_26-204 Laurea Mishra – 5_5_26-397 Laurea Mishra – 5_5_26-345 Laurea Mishra – 5_5_26-308 Laurea Mishra – 5_5_26-282 Laurea Mishra – 5_5_26-247 Laurea Mishra – 5_5_26-161 Load More End of Content.

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Outstanding Paper Award al RADECS

Stefano Bonaldo, Marta Bagatin e Simone Gerardin hanno ricevuto l’Outstanding Paper Award alla conferenza internazionale RADECS 2024 – Radiation Effects on Components and Systems, tenutasi a Maspalomas (Gran Canaria, Spagna) dal 16 al 20 settembre 2024, per il lavoro “TID Mechanism Related to the Charge Trapping in STI Corners of Planar Technologies” avente come autori Stefano Bonaldo, Giulio Borghello, Federico Faccio, Marta Bagatin, Serena Mattiazzo e Simone Gerardin e dei colleghi dell’ETH Zurich (Politecnico Federale di Zurigo, Svizzera). Il premio è stato annunciato in occasione dell’edizione RADECS 2025, tenutasi ad Anversa (Belgio), dal 29 settembre al 6 ottobre 2025.Il lavoro chiarisce alcuni dei più recenti meccanismi di degrado nei transistor CMOS di tecnologie avanzate quando esposti a radiazioni ionizzanti, tipiche di ambienti come lo spazio e gli esperimenti di fisica delle alte energie.

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Schizofrenia: un lavoro di squadra tra ingegneria e medicina apre nuove strade alla cura

Quando pensiamo alla schizofrenia, immaginiamo allucinazioni o deliri, questi sintomi vengono definiti “positivi“, che si aggiungono cioè alla normale esperienza mentale. Esistono però anche dei sintomi che lavorano in maniera opposta e che si manifestano con la perdita o la riduzione di capacità che normalmente esistono e che appunto per questo vengono definiti “negativi“. Un’altra faccia della medaglia, dunque, molto più silenziosa e difficile da trattare: parliamo di apatia, isolamento sociale e perdita di piacere. I farmaci attuali funzionano bene sui sintomi positivi come deliri e allucinazioni, ma non altrettanto su quelli negativi come isolamento e mancanza di motivazione. Una recente ricerca internazionale pubblicata su JAMA Psychiatry ha aggiunto un tassello fondamentale grazie all’attività di Mattia Veronese e Lucia Maccioni, rispettivamente professore e postdoc del Dipartimento di Ingegneria dell’informazione dell’Università di Padova, che hanno collaborato con i ricercatori dell’Istituto di psichiatria del King’s College di Londra. Il team di ricerca ha sottoposto 54 persone (26 con schizofrenia e 28 sane) a due scansioni PET, una tecnica che permette di vedere cosa succede nel cervello grazie a una sostanza tracciante che si lega ai recettori della serotonina. Tra una scansione e l’altra ai partecipanti è stata somministrata una dose di d-amfetamina, che provoca indirettamente il rilascio di serotonina nel cervello, per osservare come cambia l’attività di questi recettori. Finora sapevamo molto sul ruolo della dopamina nella schizofrenia, ma il ruolo della serotonina restava in parte sconosciuto. Con questo studio, i ricercatori hanno dimostrato per la prima volta che nei pazienti con schizofrenia, la corteccia frontale (l’area che gestisce motivazione e pianificazione) rilascia molta più serotonina rispetto ai soggetti sani: più alto è questo rilascio, più i sintomi negativi sono gravi e invalidanti. Dunque, la causa dei sintomi “negativi” potrebbe dipendere da un eccesso di serotonina nella corteccia frontale del cervello. Ma come si misura una sostanza invisibile dentro il cervello? In questo studio, Mattia Veronese e Lucia Maccioni hanno dato il proprio contributo utilizzando dei modelli matematici e algoritmi ingegneristici per interpretare le immagini PET. Le immagini PET sono dati grezzi che vengono trasformate in mappe comprensibili grazie ad analisi numeriche sofisticate. In pratica, il team ha usato un tracciante speciale (CIMBI-36) per vedere quanta serotonina veniva rilasciata dopo uno stimolo. Il risultato è chiaro: la disregolazione di questo neurotrasmettitore è un nuovo bersaglio su cui agire per ridurre i sintomi. Con il lavoro di squadra di team multidisciplinari (ingegneri, matematici, clinici, radiochimici e farmacologi) si è giunti a questa scoperta che offre una nuova prospettiva per la cura della schizofrenia: se si riuscirà a creare farmaci capaci di regolare con precisione la serotonina nella corteccia frontale, sarà  finalmente possibile aiutare i pazienti a riprendersi i propri hobby, il lavoro e la vita familiare. Il passaggio dalla ricerca alla pratica clinica richiederà ancora del tempo, ma la direzione è promettente. Anche per questo, l’Università di  Padova continua a investire in tecnologie avanzate per sostenere una medicina sperimentale di alta qualità.

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