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Laura Galvani

Dall’accademia alla telematica dei trasporti: lo spin-off Click & Find S.r.l.

Che cosa significa fare ricerca ingegneristica nella telematica? Per Nicola Zingirian, professore associato di Ingegneria Informatica al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione (DEI) dell’Università di Padova, la risposta è tanto semplice quanto rigorosa: «La nostra ricerca punta a risolvere problemi concreti, si chiama ricerca applicata. Non siamo solo scienziati, siamo anche ingegneri, ingegneri dell’informazione» afferma Zingirian «Questo significa che le nostre idee, anche quando introducono modelli o tecnologie innovative e risolvono problemi aperti, devono comunque tradursi, in tempi ragionevoli, in una soluzione dal requisito fondamentale: il valore della nuova informazione fornita, deve superare il costo di realizzazione ed esercizio della piattaforma necessaria per trattarla». È con questo principio, accompagnato dall’«ambizione di vedere che quello che inventavo finisse nel mondo reale», che nel 2004 il professor Zingirian fonda uno spin-off del DEI tra i più longevi e consolidati dell’Ateneo padovano: Click & Find. «Ogni volta che sorpasso in autostrada un’autobotte che trasporta carburante o gas – rivela Zingirian – lancio sempre un’occhiata al nostro impianto normalmente montato all’esterno sul lato sinistro e ripenso a quella ambizione». Oggi lo spin-off è una realtà solida che gestisce e digitalizza oltre il 90% delle consegne della logistica secondaria dei carburanti in Italia, collaborando con colossi come ENI e tutte le altre major del settore, oltre che con società di distribuzione del GPL come Liquigas e Butangas e depositi commerciali di idrocarburi. Con un fatturato in costante crescita che sfiora i tre milioni di euro e utili di quasi mezzo milione di euro (nel 2024), Click & Find è un esempio eccellente di come la ricerca accademica padovana si sia trasformata in una realtà industriale leader di mercato, capace di esportare le proprie soluzioni anche all’estero, fino in Sud Africa ed Europa dell’Est. La storia dello spin-off inizia tra il 2002 e il 2003, prima ancora della sua fondazione, in un’epoca in cui gli smartphone non esistevano e internet in mobilità sembrava quasi fantascienza. Il professor Zingirian, aveva concepito il progetto di ricerca VISIONS (Vehicular Information System Interface for Open Network Services), finanziato dalla Commissione Europea e coordinato dal suo gruppo di ricerca al DEI, dedicato all’interfacciamento tra veicoli e infrastrutture. In quel periodo il Web era appena esploso e stavano anche emergendo le tecnologie GPS e la connettività mobile. L’intuizione fu quella di affrancarsi dai costi e dalla lentezza degli SMS di allora, creando un terminale industriale mobile che fosse perennemente connesso. «Siamo stati tra primissimi a realizzare da zero un dispositivo “always on” per questo settore: un oggetto capace di restare connesso alla rete per ore in totale autonomia energetica. Ricordo ancora l’emozione di stringere tra le mani quel primo prototipo, costantemente online e in grado di trasmettere ovunque dati a un server e di ricevere la conferma in frazioni di secondo e per frazioni di euro cent». L’idea iniziale era legata al tracciamento delle merci e dei container attraverso codici a barre stampati dal web e letti dai vari terminali lungo il percorso. Un sistema smart brevettato, applicato con successo per un decennio da CityPorto dell’Interporto di Padova per la distribuzione urbana a basso impatto ambientale dell’ultimo miglio delle merci. In pratica, funzionava come le attuali app di consegna di cibo a domicilio, in cui si vede la posizione del driver in tempo reale. Se oggi tutto questo ci sembra la normalità, in un’era precedente agli smartphone era una soluzione difficile da comprendere. Eppure, era già in grado di gestire consegne multiple e di integrarsi con i sistemi gestionali dei corrieri. In seguito, lo spin-off ha saputo evolversi, intercettando un bisogno molto più profondo e specifico del mercato: il telecontrollo dei carburanti e dei gas tecnici, passando dal tracciamento della singola autobotte (con trasferimento deli dati al server e ai gestionali del cliente) al controllo dell’intera filiera logistica secondaria, permettendo l’avanzamento automatico dei processi.  Nella logistica dei carburanti, l’informazione ha un valore economico e di sicurezza elevatissimo, perché “l’incertezza” si paga cara. Le perdite apparentemente modeste, o i piccoli prelievi non autorizzati, possono generare ammanchi da milioni di euro su grande scala.  Click & Find non si è limitata a vendere soluzioni hardware e software di tracciamento standard: ha costruito un’infrastruttura tecnologica proprietaria capace di evolversi e durare nel tempo, tanto che le installazioni veicolari più recenti interoperano con altre che  stanno raggiungendo i vent’anni di funzionamento continuativo. Oggi l’offerta dell’azienda si articola su tre pilastri integrati: la digitalizzazione della caricazione nei depositi commerciali, la pianificazione dei viaggi e la “proof of delivery” (la prova di avvenuta consegna) completamente “paperless” (senza documentazione cartacea). Fare innovazione significa, dunque, risolvere problemi complessi con soluzioni sostenibili, dove il valore supera sempre il costo. L’innovazione di Click & Find ha superato persino le peculiarità legislative italiane. Nel nostro Paese, a differenza del resto d’Europa, la legge impone di misurare il carburante venduto a temperatura ambiente e non parametrato ai 15°C standard. Poiché il carburante cambia volume al variare della temperatura, questa fluttuazione può nascondere anomalie e perdite apparentemente trascurabili che in una rete logistica possono impattare economicamente in modo significativo. Lo spin-off ha risolto il problema sviluppando soluzioni avanzate che misurano continuativamente sull’autobotte i valori di densità e temperatura, integrando il dato con i sistemi di misura: un metodo che, nel pieno rispetto della legge, permette di verificare se il carburante caricato sia effettivamente arrivato tutto a destinazione, minimizzando l’incertezza del dato, che può nascondere la frode. Ma per chi proviene dal mondo accademico, operare con soluzioni ingegneristiche sul mercato richiede un passo ulteriore, spesso il più difficile: il passaggio psicologico e operativo da ricercatore a imprenditore.Una differenza sta nell’approccio: non ci si limita a creare un bel progetto sulla carta, si lavora per vederlo esistere nel mondo reale. Poi vi deve essere un ulteriore cambio di paradigma che riguarda il denaro: se nei progetti universitari è spesso percepito come “virtuale”, strettamente legato a rendicontazioni e scadenze di progetto (deliverable), nel mercato cambia di significato e diventa “vero”. «Se un cliente non paga o il servizio si interrompe (e dunque non si crea valore ma una perdita),…

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Lo spin-off BBSoF e il futuro della prevenzione sportiva

Se pensiamo all’analisi del movimento umano, immaginiamo quasi sicuramente una scienziata in camice, chiusa in un laboratorio asettico e circondata da macchinari costosi e sofisticati.Ma cosa succede se l’oggetto dello studio è il placcaggio di un rugbista? E se la scienziata in questione ha tre figli che giocano a rugby e un collega che, oltre a insegnare Scienze Motorie, fa l’allenatore? Succede che il laboratorio viene abbandonato e la ricerca si trasferisce direttamente sul campo, per misurare il movimento vero, preservandone tutta la naturalezza e l’energia. È iniziata esattamente così la storia di BBSoF (Beyond Biomechanics Sports on Field), lo spin-off del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione (DEI) dell’Università di Padova che dal 2017 unisce biomeccanica, clinica e sport. A raccontarcelo è Zimi Sawacha, professoressa associata al DEI, guida del team del BioMovLab, il Laboratorio di Bioingegneria del Movimento del DEI e co-fondatrice dello spin-off, assieme a Fabiola Spolaor e Annamaria Guiotto, all’epoca assegniste di ricerca presso lo stesso laboratorio e a tutt’oggi ancora attive nell’impresa:«Siamo partite da componenti molto semplici: delle normali webcam commerciali e le solette di pressione che avevamo già in laboratorio. Il vero lavoro è stato sviluppare gli algoritmi per estrarre dalle webcam lo stesso tipo di dati che prima ottenevamo con sistemi stereofotogrammetrici o telecamere a infrarossi.»Sfruttando la computer vision, il team è riuscito a rendere i dati compatibili con i codici di analisi standard. Ma il fatto eclatante avviene subito dopo. Durante i test con una squadra di rugby della Pro 12 (oggi URC – United Rugby Championship), l’algoritmo rileva un’anomalia nei movimenti di un atleta della nazionale. Poco dopo, in partita, il giocatore si infortuna esattamente al ginocchio segnalato. La sovrapposizione dei fotogrammi, prima e dopo l’infortunio, conferma l’accuratezza predittiva dell’algoritmo: nasce così il brevetto con l’Università di Padova.«Depositato il brevetto, mi chiama l’Ufficio Trasferimento Tecnologico dell’Ateneo e mi dice: “Zimi, perché non fai uno spin-off?”. Non ci avevo mai pensato, ma l’occasione era perfetta e in linea con la nostra forte vocazione traslazionale: creare qualcosa di utile per la comunità.» Negli anni BBSoF ha mappato i movimenti di atleti professionisti in tantissimi sport (dal pattinaggio artistico su ghiaccio alla pallavolo, dal calcio al tennis), senza dimenticare il supporto a livello locale per bambini e squadre amatoriali.Oggi lo spin-off punta alla massima scalabilità e sta raccogliendo fondi per lanciare sul mercato un’applicazione stand-alone basata su tecnologia monocamera. Grazie all’IA avanzata, sarà sufficiente uno smartphone a bordo campo per predire i carichi interni, eliminando la necessità delle solette di pressione. L’app si strutturerà su due livelli: una versione Basic, accessibile e immediata per preparatori atletici e fisioterapisti freelance e una versione Pro, che incorpora il brevetto e richiede una formazione specifica. Passare dalla ricerca accademica alla guida di un’azienda non è immediato. La svolta commerciale per BBSoF è arrivata grazie al percorso di accelerazione del Consorzio iNest, che ha trasformato la visione scientifica in una strategia di business, fornendo formazione e supporto in particolare alla professoressa Sawacha. Una crescita che l’ha portata a essere insignita del prestigioso Prix Monte-Carlo Femmes de l’Année 2023. Una storia da film. Tutto è iniziato al World AI Cannes Festival (WAICF), un evento di Terza Missione a cui hanno preso parte anche gli spin-off del DEI Click & Find e Audio Innova. Tra un video professionale e la partecipazione della professoressa Sawacha a una tavola rotonda, il successo è stato un lavoro di squadra: quando la professoressa è dovuta partire per l’Irlanda per un impegno familiare (un’importante partita di rugby del torneo Six Nations, il cui biglietto era stato acquistato mesi prima), il collega Nicola Zingirian ha fatto le sue veci, presentando la tecnologia dello spin-off ai selezionatori del premio. Poco dopo, è arrivata la telefonata della giuria. Inizialmente convinta si trattasse di uno scherzo, la professoressa si è poi recata all’evento, ritirando il primo premio direttamente dalle mani della Principessa Charlène di Monaco. Nonostante la crescita aziendale, il legame con il DEI rimane l’anima dell’innovazione. Lo spin-off rappresenta una palestra unica per studenti e dottorandi: agli studenti dà l’opportunità di tesi innovative; ai dottorandi, la possibilità di uscire dal laboratorio e affrontare la realtà del campo (il vento, la luce che cambia, gli imprevisti tecnici), dando un senso del tutto nuovo allo studio teorico. «Tra i dottorandi e i dipendenti dello spin-off c’è inoltre molta sinergia, – conclude la professoressa Sawacha – c’è uno scambio continuo che fa crescere tutti». La storia di BBSoF dimostra che il legame tra università e impresa è fondamentale per fare innovazione concreta, capace di proteggere il talento degli atleti, dai professionisti ai bambini che muovono i primi passi sul campo da gioco. Approfondimenti Il sito di BBSoF Il sito di BioMovLab Charlène di Monaco consegna il Prix Monte-Carlo femme de l‘année 2023, Monaco Italia Magazine, 4 aprile 2023 Consorzio Inest

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[ING.tonic] 17 settembre. Chi controlla i chip controlla il mondo. Tecnologia, geopolitica e competizione globale.

Il terzo appuntamento della rassegna [ING.tonic] 2026, che si terrà il 17 settembre dalle ore 19:30, affronterà un tema cruciale del nostro presente: il legame indissolubile tra risorse strategiche, tecnologia e politica internazionale. Dallo Stretto di Hormuz alla corsa ai semiconduttori tra USA e Cina, l’incontro metterà a confronto indipendenza energetica e autonomia tecnologica. Con la guida del professor Alessandro Paccagnella, Ordinario presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Padova e docente di Microelectronics and Geopolitics, vedremo come le crisi e i colli di bottiglia delle catene di fornitura internazionali si riflettono direttamente sul costo della vita quotidiana, dai carburanti alla tecnologia che usiamo ogni giorno, e quale spazio d’azione rimane per l’Italia e l’Europa. Un appuntamento dal taglio informale, aperto a chiunque desideri comprendere le dinamiche globali che influenzano il nostro quotidiano. Questo terzo aperitivo divulgativo si svolgerà all’Amsterdam. COME PARTECIPARE:L’evento è gratuito, per questioni organizzative si richiede la prenotazione su Eventbrite, a questo link.

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[ING.tonic] 2026. Cosa ricordare dei primi due incontri

Rivedi i due eventi: Non hai potuto raggiungerci agli ultimi [ING.tonic], gli aperitivi scientifici organizzati dal Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione (DEI)? Abbiamo preparato per te un piccolo recap! Nei primi due appuntamenti interdisciplinari, che si sono tenuti ad Arcella Bella, abbiamo scoperto come la matematica e l’ingegneria si applichino a due ambiti apparentemente distanti, ma fondamentali per le nostre vite: la tutela della privacy e la comprensione del benessere sessuale. Nel primo incontro, intitolato “Anonimi ma identificabili: quando la matematica può salvare la nostra privacy”, Francesco Silvestri, professore di Big Data Computing e Architettura degli Elaboratori al DEI (Unipd), ha spiegato come dati apparentemente innocui possano rivelare informazioni sensibili e addirittura l’identità. Attraverso casi storici eclatanti, è stato dimostrato come la semplice rimozione di nome e cognome non basti a proteggerci. Incrociando database pubblici apparentemente anonimi con altre informazioni (come foto dei paparazzi, notizie di cronaca o agende pubbliche), scienziati e giornalisti sono riusciti in passato a tracciare gli spostamenti esatti di star del cinema, a localizzare i domicili di parlamentari europei e persino a svelare la planimetria di basi militari segrete in Afghanistan partendo dai percorsi di corsa tracciati dall’app Strava. Un dato, infatti, non è mai davvero sicuro se può essere incrociato con altre informazioni future. Una soluzione si chiama Differential Privacy, una tecnica che introduce intenzionalmente del “rumore matematico” (alterazioni casuali) nei dati dei singoli. Questo garantisce alle persone di proteggere la propria riservatezza, consentendo nel contempo, su grandi numeri, di ripulire il rumore e ottenere statistiche aggregate precise. Una tecnologia già usata da colossi come, per esempio, Apple e Google. Oggi la sfida principale per la Differential Privacy è rappresentata dai Large Language Model (LLM), i modelli alla base delle moderne intelligenze artificiali: l’obiettivo è impedire che possano divulgare inavvertitamente informazioni sensibili. ING_tonic 2026 – 18 giugno – Silvestri ING_tonic 2026 – 18 giugno – Silvestri-78 ING_tonic 2026 – 18 giugno – Silvestri-68 ING_tonic 2026 – 18 giugno – Silvestri-49 ING_tonic 2026 – 18 giugno – Silvestri-31 ING_tonic 2026 – 18 giugno – Silvestri-26 ING_tonic 2026 – 18 giugno – Silvestri-14 ING_tonic 2026 – 18 giugno – Silvestri-13       Nell’appuntamento del 29 giugno, intitolato “Oltre il tabù della salute sessuale: quando dati, corpo e mente si incontrano”, la prospettiva si è spostata sulla salute e sulla neurofisiologia, mostrando come discipline apparentemente lontane collaborino oggi per studiare la salute sessuale. La psicologa e sessuologa Celeste Bittoni, ricercatrice del Sex Lab del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione (Unipd) e l’ingegnere Damiano Varagnolo, professore di Controlli automatici del DEI (Unipd) hanno presentato una ricerca pionieristica del Padova Sex Lab che punta a superare il classico approccio medico focalizzato solo sul dolore, per mappare scientificamente i meccanismi del piacere e del benessere sessuale. Su un campione femminile, il team ha unito l’analisi di dati fisiologici e percezioni soggettive alle misurazioni cerebrali ottenute con l’elettroencefalogramma. Lo studio ha rivelato che all’avvicinarsi dell’orgasmo si registra un aumento esponenziale delle onde gamma (oscillazioni veloci collegate all’attenzione e all’intensità percepita) del cervello. Queste ricerche aprono le porte a terapie “adattative” per disturbi come il vaginismo (comune dopo parti difficili o cure oncologiche). L’obiettivo attuale è sviluppare sistemi automatici di gestione delle terapie guidati da algoritmi ingegneristici, capaci di leggere in tempo reale lo stress o la tensione della paziente per adattare istantaneamente il trattamento in modo personalizzato e indolore.   Varagnolo Bittoni ING_tonic 2026 – 29 GIUGNO – Bittoni Varagnolo-25 ING_tonic 2026 – 29 GIUGNO – Bittoni Varagnolo-40 ING_tonic 2026 – 29 GIUGNO – Bittoni Varagnolo-164 ING_tonic 2026 – 29 GIUGNO – Bittoni Varagnolo-20 ING_tonic 2026 – 29 GIUGNO – Bittoni Varagnolo-8 [ING.tonic] si prende una pausa per le vacanze. Nel frattempo, segnati in agenda il 17 settembre (link a Eventbrite) e il 15 ottobre per i prossimi appuntamenti della rassegna [ING.tonic]! Buona estate!   Rivedi ora i due eventi! https://www.youtube.com/watch?v=9U8nmtRK6Cw&t=1689shttps://youtu.be/2aRZtfyjbPI?si=tDr9en6XxOZ56Npl

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Antenne invisibili e motori green: la ricerca del DEI sulle tecnologie di plasma per applicazioni spaziali

Immagina di poter accendere e spegnere un’antenna con la stessa facilità con cui premi l’interruttore della luce in soggiorno, o di poter muovere un satellite nello spazio usando semplicemente dell’acqua o dello iodio al posto dei costosi propellenti tradizionali. Tutto questo non è fantascienza, ma il cuore della ricerca d’avanguardia che si conduce al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Padova (DEI), dove la fisica dei campi elettromagnetici incontra l’ingegneria aerospaziale. Il segreto di questa rivoluzione tecnologica risiede in un elemento della nostra quotidianità: il plasma. Per capire di cosa si tratta, basti pensare ai comuni tubi al neon per l’illuminazione. Il plasma non è altro che un gas ionizzato, uno stato della materia in cui gli elettroni si separano dagli atomi creando un flusso di particelle cariche, capace di condurre elettricità e di rispondere ai campi magnetici.Proprio partendo da questo principio, il gruppo di ricerca guidato da Mirko Magarotto, Ricercatore Universitario (RTT) presso il DEI, sta sviluppando soluzioni destinate a cambiare il futuro delle telecomunicazioni e dei viaggi orbitali, in una sinergia che unisce diverse realtà accademiche padovane. La ricerca è infatti portata avanti grazie alla stretta collaborazione tra il DEI e il DII (Dipartimento di Ingegneria Industriale) dell’Università di Padova, trovando il suo fondamentale punto di raccordo nel CISAS, il Centro di Ateneo di Studi e Attività Spaziali “Giuseppe Colombo”. Inoltre, il legame tra università e impresa si concretizza attraverso la collaborazione con T4i (Technology for Propulsion and Innovation), un ex spin-off dell’Università di Padova, nato proprio insieme ai ricercatori per trasformare questi studi in realtà commerciali. Il primo grande filone dell’attività di ricerca riguarda le antenne al plasma, che presentano vantaggi straordinari rispetto a quelle metalliche tradizionali. Questa attività, avviata circa dieci anni fa al DEI e portata avanti insieme al professor Capobianco, rappresenta oggi una competenza distintiva dell’Università di Padova, tra i pochi centri al mondo in grado di sviluppare questo tipo di antenne. Quando il gas, racchiuso in piccoli tubi di vetro, viene attraversato da una determinata potenza elettrica, si trasforma istantaneamente in plasma, diventando un’antenna perfettamente funzionante. Quando la corrente viene tolta, il plasma torna a essere un gas neutro e l’antenna sparisce. Questa capacità di apparire e scomparire permette di modificare radicalmente le proprietà di trasmissione e ricezione senza bisogno di muovere nulla fisicamente: niente motori, niente bracci meccanici che rischiano di bloccarsi in orbita, ma solo interruttori elettronici. Inoltre, questa tecnologia azzera le interferenze tra dispositivi vicini, un problema enorme dei moderni satelliti, sempre più numerosi. Il secondo ambito di ricerca è la propulsione al plasma, un’attività storica per l’ateneo iniziata ormai una ventina di anni fa dal professor Daniele Pavarin del DII, che ha fatto da supervisore al dottorato dello stesso Magarotto, gettando le basi per gli sviluppi attuali. Questa tecnologia ribalta completamente l’immaginario collettivo legato ai viaggi nello spazio. Se pensiamo a un razzo, ci vengono in mente strutture gigantesche ed enormi nuvole di fuoco, perfette per vincere la gravità terrestre. I motori al plasma, invece, sono compatti, efficientissimi e progettati per operare esclusivamente quando si è già in orbita. Il gas viene iniettato nel sistema, trasformato in plasma e poi accelerato ad altissima velocità fuori da un piccolo ugello, generando una spinta continua e ultra precisa. Sistemi simili sono già utilizzati in missioni famose, come quella della sonda BepiColombo per esplorare Mercurio o della costellazione di satelliti Starlink. La vera sfida oggi si gioca sulla sostenibilità economica dello spazio, che sta abbandonando la dimensione della nicchia scientifica per entrare in una vera e propria economia di scala. Proprio per questo motivo, programmi strategici internazionali promossi dalla Commissione Europea, insieme ai progetti dell’Agenzia Spaziale Europea e dell’Agenzia Spaziale Italiana, stanno supportando finanziariamente le ricerche sulle telecomunicazioni e la propulsione spaziale. In quest’ottica, un propellente innovativo come l’acqua è incredibilmente affascinante perché teoricamente estraibile anche dagli asteroidi durante i futuri viaggi di esplorazione. Studiare queste tecnologie richiede uno sforzo fortemente interdisciplinare, che unisce le competenze di elettromagnetismo del DEI e l’esperienza aerospaziale del DII. I ricercatori lavorano in laboratori d’eccellenza all’interno del CISAS, simulando al computer la dinamica delle particelle e testando i prototipi all’interno di speciali camere a vuoto, dove la pressione scende a un milionesimo di millibar. Ed è lì, nel buio di quelle camere, che il plasma si accende, brillando di una luce propria e mostrando la via per il futuro dell’esplorazione spaziale.

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[ING.tonic] 2026: gli appuntamenti con la ricerca…per l’aperitivo!

Torna anche nel 2026 l’iniziativa [ING.tonic]: quattro aperitivi con i ricercatori e le ricercatrici del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione. Quattro nuovi approfondimenti nati per fare chiarezza sulle tecnologie ingegneristiche più recenti e sul loro impatto concreto nella nostra vita quotidiana. La modalità? Sempre quella in cui si chiacchiera meglio: al bar per un drink. Come funziona? L’ingresso è gratuito!  Per questioni organizzative è richiesta la registrazione su Eventbrite (link nell’elenco qui sotto) GLI APPUNTAMENTI:          

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[ING.tonic] 29 giugno. Oltre i tabù della salute sessuale: dati, corpo e mente si incontrano

Il secondo appuntamento della rassegna di Terza Missione [ING.tonic] 2026 si terrà il 29 giugno dalle ore 19:30 e avrà il seguente titolo: Oltre i tabù della salute sessuale: dati, corpo e mente si incontrano. Come possono collaborare ingegneria e psicologia per migliorare la salute sessuale delle persone? Come si misura il piacere? E il dolore? Possiamo davvero usare dati e algoritmi per comprendere esperienze così intime e personali? In questo aperitivo divulgativo, Celeste Bittoni, ricercatrice del Sex Lab del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell’Università d Padova e Damiano Varagnolo, professore di Controlli automatici del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione (DEI) dell’Università di Padova, ci accompagneranno in un viaggio tra scienze psicologiche e ingegneria, mostrando come discipline apparentemente lontane collaborino oggi per studiare la salute sessuale e possano approfondire questioni come la salute del pavimento pelvico e il complesso intreccio tra corpo, mente e cervello. Attraverso esempi concreti e un linguaggio accessibile a tutti, scopriremo come la ricerca stia superando vecchi tabù e aprendo nuove prospettive per comprendere meglio il benessere sessuale e sviluppare approcci sempre più personalizzati alla salute. Parleremo anche delle sfide e delle frontiere future di questa collaborazione interdisciplinare: dalle nuove tecnologie per la raccolta e l’analisi dei dati alle possibili applicazioni nella ricerca e nella pratica clinica. Un incontro informale per chi è curioso di capire cosa succede quando la tecnologia incontra l’esperienza umana e per immaginare come potrebbe evolvere, nei prossimi anni, il modo in cui comprendiamo e ci prendiamo cura della salute sessuale. Questo secondo appuntamento si svolgerà ad Arcella Bella. COME PARTECIPAREL’evento è gratuito: per questioni organizzative si richiede la prenotazione su Eventbrite, a questo link.

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ThinkQuantum: la ricerca sulla comunicazione quantistica diventa impresa

La protezione dei nostri dati digitali si affida quasi esclusivamente alla complessità matematica, ma con l’avvento dei futuri computer quantistici, molti degli attuali sistemi di cifratura potrebbero diventare vulnerabili. È qui che entra in gioco la comunicazione quantistica, che rivoluziona il concetto di sicurezza offrendo una crittografia teoricamente inviolabile perché si basa su principi fisici della meccanica quantistica. Questi principi permettono, infatti, di rilevare qualsiasi tentativo di intercettazione: se qualcuno prova a “spiare” la comunicazione, lascia tracce inevitabili. La crittografia quantistica supera, quindi, i limiti dei sistemi attuali: se qualcuno cerca di leggere l’informazione trasmessa su un fotone, che è una particella quantistica elementare, ne altera inevitabilmente lo stato, permettendo di accorgersi del tentativo di intrusione. Tuttavia, non si invia il messaggio vero e proprio tramite i fotoni, ma si usa la meccanica quantistica per creare una chiave segreta (Quantum Key Distribution  – QKD) e garantire la totale sicurezza della trasmissione, proteggendo le informazioni anche da futuri attacchi di calcolo quantistico. La QKD permette, infatti, di generare chiavi crittografiche casuali, condivise solamente dal trasmettitore e dal ricevitore.  È proprio questo il campo di attività di ThinkQuantum, spin-off del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione (DEI) dell’Università di Padova. Il suo percorso parte nei primi anni 2000, con le ricerche pionieristiche del professor Paolo Villoresi, (Ordinario di Fisica Sperimentale presso il DEI) sulla comunicazione quantistica satellitare. La svolta arriva nel 2019 con un brevetto innovativo: un dispositivo capace di codificare informazioni sulla polarizzazione della luce con velocità altissima e rumore minimo. Un’innovazione tale da aggiudicarsi l’Intellectual Property Award 2021. Nello stesso anno, grazie alla licenza d’uso esclusivo del brevetto concessa dall’Ateneo, nasce ufficialmente ThinkQuantum per portare questa tecnologia sul mercato. L’obiettivo principale dello spin-off è lo sviluppo di soluzioni per la crittografia basate su tecnologie ottiche e quantistiche, in particolare per realizzare sistemi per la distribuzione di chiavi crittografiche e quantistiche (QKD) e dispositivi per generare di numeri casuali (Quantum Random Number Generation – QRNG). Passare da un complesso apparato sperimentale in un laboratorio a un prodotto industriale vendibile è stata la vera sfida ingegneristica. ThinkQuantum ha vinto questa scommessa producendo sistemi di trasmissione e ricezione che sono, a tutti gli effetti, dispositivi “plug and play”. Si presentano come apparati “rack-mount” standard per garantire una rapida integrazione nelle attuali infrastrutture di comunicazione e pronti per essere collegati alle comuni reti in fibra ottica. Questa capacità di rendere la tecnologia quantistica accessibile e scalabile ha permesso all’azienda di conquistare clienti istituzionali e privati in tutta Europa, dando lavoro a una trentina di professionisti altamente qualificati. Il legame con l’Università rimane il motore pulsante dell’innovazione. Il gruppo di ricerca “Quantum” al DEI è cresciuto insieme all’azienda, contando oggi tre docenti strutturati e oltre 15 ricercatori. Il professor Giuseppe Vallone, co-fondatore dello spin-off, descrive questo legame come un circolo virtuoso: «La sinergia tra università e spin-off rappresenta un asset strategico nei bandi nazionali ed europei. Presentarsi come partner integrati permette di dimostrare la completezza della catena del valore, garantendo il passaggio dalla validazione in laboratorio alla commercializzazione del prodotto. Tale approccio costituisce un valore aggiunto determinante in fase di valutazione». ThinkQuantum non è solo un partner di ricerca, ma un’azienda che investe sul futuro finanziando borse di dottorato (due già attive e altre due in arrivo) e offre tirocini aziendali che permettono agli studenti di conoscere una realtà industriale d’eccellenza, senza allontanarsi dall’ecosistema universitario. Un altro importante obiettivo di ThinkQuantum è, infatti, quello di dare opportunità ai ragazzi che ovviamente non possono rimanere tutti in ambito universitario e possono poi fare un lavoro legato alle competenze che hanno acquisito con la ricerca accademica.  Trasformare la propria ricerca in uno spin-off, non è semplice e alla domanda diretta su questo punto, Vallone dà un consiglio pragmatico: «Serve qualcuno che si occupi del progetto al 100%, giorno per giorno. La gestione aziendale richiede competenze specifiche. Fondamentale è stato poter contare un CEO, Simone Capeleto, con competenze tecniche e manageriali e una pluriennale esperienza aziendale, ma anche sul supporto tecnico, logistico e amministrativo di Officina Stellare». Proprio con il supporto del socio di maggioranza Officina Stellare, ThinkQuantum guarda al futuro con l’obiettivo di espandersi non solo nel “quantum“, ma in tutto il settore della fotonica e dell’ottica avanzata.  Un ulteriore sviluppo in questa direzione è rappresentato dal trasferimento recente del team di Ricerca & Sviluppo di ThinkQuantum dalla sede di Via Trieste a un nuovo edificio di proprietà in via Ariosto, sempre a Padova. Il cambiamento riflette una fase di crescita dell’azienda in un settore altamente specializzato e suggerisce come attività di ricerca, se adeguatamente valorizzate, possano contribuire alla generazione di ricadute economiche e sociali sul territorio. Approfondimenti  Il sito web di ThinkQuantum Chiavi crittografiche per la Terra e lo spazio – Il caso ThinkQuantum, Il Sole 24 Ore, 12 maggio 2025 Villoresi: «Nel Nobel a Zeilinger c’è anche un pezzo di ricerca fatta a Padova», Il Corriere del Veneto, 6 ottobre 2022

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Vantaggi e insidie nell’uso dell’IA nella ricerca scientifica 

Oggi si parla sempre più spesso di “AI Graduate Student”: sistemi di intelligenza artificiale con competenze paragonabili a quelle di un ricercatore o di uno studente di dottorato, non solo per scrivere testi o codice, ma per sviluppare idee e svolgere ricerca teorica.  Su questo tema si è cimentato il professor Morten Gram Pedersen, che ha sperimentato diversi sistemi di IA per verificarne le capacità nell’intera attività, dalla formulazione del problema di ricerca, allo sviluppo della teoria, fino alla stesura di un articolo scientifico. L’obiettivo era riprendere un progetto di ricerca abbozzato anni prima, incentrato sull’inibizione reciproca tra neuroni e sull’applicazione di modelli matematici complessi. L’esperienza iniziale ha ricordato quella di un tesista alle prime armi: l’IA non era in grado di formulare il problema in modo sensato e, una volta formulato il modello da studiare, proponeva soluzioni e analisi apparentemente complete, che a un esame più attento  rivelavano passaggi affrettati o errori grossolani. Il professore ha testato diversi sistemi, Gemini Pro, l’IA cinese Kimi   («particolarmente efficace nei calcoli») e Claude Pro, facendoli “dialogare” tra loro: passava a un sistema il lavoro di ricerca prodotto dall’altro, affinando progressivamente i risultati. L’osservazione principale è che le Intelligenze Artificiali faticano a impostare correttamente un problema complesso. Si comportano come uno studente appena uscito dai corsi, convinto che tutto sia semplice. Tuttavia, quando ricevono istruzioni precise, sanno sorprendere nella fase di esplorazione scientifica: propongono equazioni appropriate e riscrivono i sistemi nella forma richiesta. Il paradosso è che poi sbagliano calcoli banali, costringendo a verifiche continue, – «Sei sicuro? Mi sembra manchi un segno meno…» –  e talvolta a ricominciare da capo. In queste fasi di supervisione dell’IA, l’esperienza e l’intuizione erano cruciali, proprio come lo sono nella supervisione di un dottorando. Un altro limite è la tendenza all’autoconferma: quando l’IA imbocca una strada sbagliata nell’analisi, fatica a correggersi, rendendo utile il passaggio a un sistema diverso. Il professor Pedersen ha salvato oltre quaranta versioni del lavoro, tornando spesso a bozze precedenti. In particolare, Gemini tendeva a inventare citazioni inesistenti, mentre Claude risultava più preciso, pur con qualche svista. Nonostante questi limiti, il vantaggio in termini di tempo sulla ricerca è notevole. Un compito che richiederebbe settimane a un tesista o a un dottorando al primo anno, come studiare un metodo scientifico e capire come applicarlo, con l’IA si risolve in pochi minuti. L’intero articolo, poi pubblicato come preprint e attualmente in revisione a una rivista scientifica, è stato completato in circa due settimane di lavoro effettivo. La conclusione del professor Pedersen è chiara: l’IA oggi è un potente motore di ricerca, scava nei dati, connette paper scientifici tra loro e accelera le fasi di scoperta, come un bravo studente magistrale, forse un dottorando al primo anno. Con un problema ben definito, permette di lavorare molto velocemente. Tuttavia, questa efficienza nasconde un’insidia sistemica molto pericolosa. Il rischio è che “il sistema”, in particolare i decisori politici attratti da un immediato risparmio economico nella convinzione che l’algoritmo possa sostituire il capitale umano, non investi più nei dottorandi. Niente di più falso. «Servono studenti e dottorandi che imparino i metodi e le teorie “sporcandosi le mani” sul campo, con i calcoli, i ragionamenti e il lavoro quotidiano in laboratorio», afferma il professor Pedersen. «Se questa formazione viene a mancare, stiamo ipotecando il nostro futuro: quando i professori meno giovani andranno in pensione, chi guiderà la ricerca? Senza una solida conoscenza teorica ed empirica di base, mancheranno le persone capaci di controllare criticamente il lavoro dell’IA» conclude il professor Pedersen.   Il grande rischio, dunque, non è l’IA in sé, ma la cieca illusione che basti porre una domanda per ottenere la risposta giusta. Approfondimenti La Commissione e la comunità della ricerca elaborano orientamenti sull’uso responsabile dell’intelligenza artificiale generativa nella ricerca, Comunicato Stampa, 20 Marzo 2024 (con link a diversi approfondimenti). Why I may ‘hire’ AI instead of a graduate student, March 12, 2026 Vibe physics: The AI grad student, March 23, 2026 Il preprint dell’articolo del professor Pedersen 

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Premio “Outstanding Associate Editor” per Alberto Pretto a ICRA 2026

Alberto Pretto, professore associato al DEI, è stato insignito dell’”Outstanding Associate Editor Award” in occasione di ICRA 2026  (IEEE International Conference on Robotics and Automation), svoltasi dall’1 al 5 giugno a Vienna (Austria). ICRA è la conferenza di riferimento e la più prestigiosa a livello internazionale nel campo della robotica e dell’automazione.Il comitato editoriale di questa edizione ha gestito una mole di lavoro straordinaria, valutando oltre 5 mila paper e coordinando più di 13 mila revisioni, grazie al contributo di oltre 8400 esperti. In questo rigoroso processo di selezione, che ha visto il coinvolgimento di 694 Associate Editor (AE), solo cinque sono stati premiati con l’”Outstanding AE Award” per l’eccezionale qualità del lavoro svolto.

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